Alberto Di Pede

Ho appena lasciato Piazza del Duomo e sto lentamente percorrendo via Santa Maria in direzione dell’Arno. Poco prima di giungervi, sulla mia sinistra, scorgo una chiesa, non molto visibile, ma bellissima. La guardo meglio e comprendo subito che le sue antiche pietre mi stanno parlando: è la Chiesa di San Nicola.

Appoggio l’orecchio ad una colonna e sento la sua voce. Mi racconta la sua storia. È molto antica. Fu costruita nel 1097 ed aveva un convento annesso. Pare che fra il 1297 e il 1313 sia stata affidata agli Agostiniani ed ampliata per mano di Giovanni Pisano, ma non è molto sicura di ricordare questo particolare. Sai, è successo molto tempo fa…

Recentemente un professore universitario ha scoperto che, nell’intarsio della lunetta dell’arco alla sinistra della porta principale, sarebbe celata la sequenza di Fibonacci. Infatti, secondo il professor Armienti, i rapporti tra il diametro dei vari cerchi raffigurati nell’intarsio, quando ordinati dal più piccolo al più grande, seguono la serie numerica del celebre matematico pisano. Un bel mistero, non c’è che dire.

Mi dice anche che nel Seicento fu aggiunto l’altare del Sacramento, attribuito a Matteo Nigetti. Sono stupito, ma lei mi zittisce e continua, invitandomi ad entrare. La meraviglia che mi coglie non appena oltrepassata la soglia della porta è indescrivibile. L’eco dei miei passi si disperde leggero tra le travi alte e gli occhi si abituano immediatamente alla luce soffusa, mentre un leggero odore di incenso misto a cera fusa penetra le mie narici.

Resto immobile al centro della chiesa, mentre la sua voce mi indica le opere una ad una: la trecentesca Madonna col Bambino di Francesco Traini, San Nicola che salva Pisa dalla peste del XV secolo, tele del Maruscelli e di Giovanni Bilivert, sculture lignee dei secoli XIV-XV, un Crocifisso di Giovanni Pisano, una Madonna col Bambino di Nino Pisano, l’Annunciata di Francesco di Valdambrino… Sono senza fiato.

Poi mi dice di aprire una piccola porticina seminascosta. Eseguo senza neppure sapere il perché e mi ritrovo in una tromba di scale ottagonale leggermente inclinata. La voce mi dice di salire ed obbedisco. Non ho paura né della mancanza di una ringhiera, né della pendenza. È un luogo troppo bello per ingenerare timore.

Salgo senza fatica ammirando la crudità della pietra, finché non arrivo alla vetta e non vedo lo splendore della decorazione. Pietre grigie e nere che si intersecano tra loro a formare quasi un mosaico. Alzo gli occhi e, meraviglia, la cella campanaria ha una forma piramidale. Da lassù vedo la città e sento la pendenza.

Capisco di aver scoperto un altro grande tesoro pisano. Peccato che sia sconosciuto ai più… E pensare che i turisti ci passano davanti senza fermarsi. È un tesoro da sfruttare!

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