Piero Pierotti

Fa un freddo cane sul furgone che procede lungo la Via Aurelia. Una lenta nevicata ha coperto tutto nella notte. Piero è sistemato dietro, in mezzo a qualche mobile ammassato e legato con ruvide corde. È avvolto in una coperta militare, grigioverde. Nella cabina, col conducente, viaggiano i suoi genitori insieme al fratello più piccolo che deve ancora compiere i tre anni. Il padre è da poco un ex carabiniere. Piero ne ha quasi sette di anni e capisce abbastanza bene il motivo di questo trasferimento. La professione del padre li ha portati a spostarsi spesso. Ha iniziato la prima elementare a Montepescali, poi l’ha continuata a Marina di Grosseto. Fino ad oggi, a metà febbraio. E ricorda altri paesetti: hanno girato tutta la Toscana, praticamente un paese nuovo ogni anno, ogni 7-8 mesi. Non fa in tempo a fare qualche amicizia che già devono ripartire… Ma ora basta, finalmente. Il babbo si è stufato e ha promesso che d’ora in poi avranno la stessa casa per sempre, lui un lavoro nuovo, tutti loro un’altra vita. Il furgone procede con cautela lungo la strada ghiacciata, verso Pisa.

Piero non vede la strada davanti a sé; appoggiato con le spalle alla cabina, può vedere solo quella già percorsa, come quando cammina all’indietro per divertirsi. Vede i pini che sfilano via, le chiome imbiancate, e lo incuriosisce molto vedere qualche auto uscita di strada. Una è addirittura appiccicata al tronco di un albero. Una neve così alta non l’aveva mai vista. E un freddo così intenso non lo aveva mai sentito. Meglio tirarsi la coperta fin sopra la testa e starsene tutto rannicchiato sul fondo del camion… Il babbo gli ha detto che la nuova casa sarà bella, grande, in mezzo a prati e boschi, in una paesino che si chiama Coltano, tra Pisa e Livorno. Ha trovato un altro lavoro, farà la guardia alle antenne della radio, che i bombardamenti hanno abbattuto. “Sono torri di ferro, altissime – aveva raccontato ai figli – almeno 250 metri. E poi ce ne sono anche altre, più basse. Ora sono tutte sdraiate per terra perché due anni fa i tedeschi le hanno abbattute”. “Due anni fa – calcola Piero contando sulle dita – era il 1945”. E fantastica intanto su queste enormi torri sdraiate sui prati ora tutti bianchi, le immagina come grandi elefanti sdraiati sull’erba…

Sono tornato a Coltano una ventina di anni fa, quando mio fratello e mio cognato gestivano gli impianti sportivi di un agriturismo. A volte andavo ad aiutarli, cogliendo anche l’occasione per qualche partita a tennis o una gita in canoa lungo i fossi che solcano la campagna dove da ragazzino giocavo agli indiani. Davamo a noleggio anche delle mountain bike così qualche volta mi divertivo a prenderne una e pedalare sullo sterrato o in mezzo ai boschi, tra il canto degli uccelli e il profumo del muschio. Naturalmente in quegli anni sono tornato spesso “a casa mia”, alla stazione radio come la chiamavano allora, e ogni volta mi si stringeva il cuore nel vederla in un pietoso, desolante stato di abbandono.

La casa, vista da fuori, è imponente. Piero resta sorpreso, non se la immaginava così. L’ha scorta già da lontano perché il padre, con la testa fuori dal finestrino, gli ha gridato di girarsi, stanno arrivando. Anche lì è tutto bianco. I prati, gli alberi, la strada sterrata che dal centro di Coltano porta fino alle poche case che compongono il “Centro Radio”, a un chilometro di distanza. Piero si è alzato in piedi, barcollando e tenendosi pericolosamente in bilico. Si sporge per vedere davanti a sé. Ora stanno attraversando un cancello senza cancello: solo le due colonne ai lati, a base quadrata. A un centinaio di metri un grande edificio, la loro nuova casa, e di lato, sulla sinistra, una villetta più piccola e più nuova. Il trabiccolo che li ha portati fin lì slitta sulla neve e si ferma con difficoltà davanti a una porta enorme sul lato sinistro della facciata. Scendono tutti e gli uomini scaricano i pochi mobili. Il padre tira fuori dalle tasche una chiave enorme, di ferro, la infila nella toppa ed eccoli dentro. Il padrone del furgone riceve il suo compenso, riparte e scompare in mezzo a una nuova bufera di neve. Soli.

La giovane coppia e i due bambini rimangono per pochi istanti fermi, in silenzio, il cuore pieno di aspettative. Si guardano ancora senza dire una parola, poi entrano in casa. Grandi stanze gelide, finestroni enormi dai quali entrano spifferi come lame di ghiaccio. La mamma è una giovane donna sempre pronta a sdrammatizzare, a saper cogliere il lato umoristico delle situazioni: “Chissà dove sono i pinguini?”. I bambini ridono mentre il babbo trascina i pochi mobili e li dispone qua e là per le stanze. Non è ancora buio, ma è meglio tirar fuori le candele in attesa che domani venga qualcuno a sistemare l’impianto elettrico. Per riscaldare almeno il cuore ai figli, il babbo li prende in braccio, li tiene stretti ed esclama: “Vedrete come si starà bene qui quando verrà la primavera!”. Un grande sognatore, il babbo… Nei giorni successivi le cose pian piano si sistemano. Arriva una grande stufa col piano di ghisa su cui cucinare grandi quantità di pasta. E dentro la stufa bruciano ciocchi che riscaldano un po’ la grande casa. La legna, lì fuori, non manca. E poi ci sono i trabiccoli di legno, specie di gabbie che si infilano sotto le lenzuola, e a cui si appende un caldano pieno di brace. È una vera festa il momento di andare a dormire, spogliarsi, rimanere con le gambette nude, togliere il trabiccolo e distendersi tra le ruvide lenzuola, ora caldissime. I gridolini di piacere dei bambini rimbombano e rallegrano le grandi stanze, quasi vuote.

La mattina Piero deve alzarsi presto perché la scuola è in paese, giusto a un chilometro di distanza. Fa un freddo cane in quei giorni ma il gruppetto dei bambini è abbastanza numeroso e in compagnia si soffre meno. Continua naturalmente la prima elementare, che ha ripreso per la terza volta. Ha scoperto anche una cosa nuova: qui i bambini sono quasi tutti veneti. Sono figli di contadini e conoscono poco l’italiano. Scrivono senza le doppie, anzi, quelle non le sentono proprio. Addirittura alcuni compagni di classe gli chiedono di aiutarli nei compiti e gli regalano le figurine dei ciclisti per ringraziarlo. Iniziò allora la sua passione per Gino Bartali. Il fatto di essere il più bravo, almeno in italiano, lo salva dalle prese in giro. Lui infatti balbetta molto e fa una fatica terribile nel dire anche soltanto il proprio nome. Nonostante questa difficoltà piuttosto accentuata che lo limita, gode di un certo rispetto. Durante quell’ultimo scorcio d’inverno le cose più divertenti sono i tentativi che il padre di Piero fa per cucinare qualcosa di buono sul piano della stufa. Almeno ci si scalda un po’. La cosa più buffa è il croccante. Una volta riempie una pentola con zucchero, noccioline e un po’ di acqua. I bambini non capiscono bene cosa stia facendo, ma aspettano fiduciosi. Il padre gira un lungo mestolo nella pentola, poi versa tutto il contenuto nell’acquaio di marmo dopo aver tappato il buco. “Perché diventi solido”, informa il pubblico, ristretto ma fiducioso. “Poi lo tagliamo a pezzetti e lo mangiamo. Sarà buonissimo!”. Ma il croccante è troppo duro. Il pasticciere improvvisato prende prima un’accetta, poi si arma di martello e scalpello e bene o male riesce a staccare qualche scheggia. I bambini ciucciano i pezzetti di croccante con cautela per non tagliarsi la lingua o le labbra. Il resto, staccato con tanta pazienza dall’acquaio, finisce nella spazzatura…

Un giorno capita anche una cosa curiosa. La madre chiede a Piero di arrivare fino alla bottega a comprare un po’ di pane. Se lo era dimenticato. Lungo la strada, il solito chilometro di sterrato, il bambino ripete cento volte: “Un chilo di pane”, “Mi dà un chilo di pane”?, “Vorrei un chilo di pane”… Ora gli viene bene, ma sa che quando sarà davanti al bottegaio, quella terribile ‘cosa’ che gli serra la gola come una tagliola quando prova a parlare, non lascerà uscire nemmeno un suono. Più tardi imparerà a scrivere di nascosto dei foglietti da consegnare al bottegaio: pane, uova, farina… Ma ora è proprio piccolo e sta imparando a scrivere pian piano. Entra nella grande bottega titubante. Al banco c’è un omone enorme che lo accoglie con un sorriso: “Ciao, sono Leo, e te chi sei?”. Ha due baffoni folti e meno male che sorride. Piero ha meno difficoltà quando viene messo a proprio agio. Riesce in qualche modo a pronunciare il suo nome e l’altro gli fa: “Ma di chi sei figliolo?”. “De-del Pierotti”. “Ah, sì, il bimbo!”. Il bambino rimane interdetto. Vorrebbe stare zitto, ma pure imbarazzato decide di ribattere: “N-n-no, il bimbo sono io”. Fa fatica, ma riesce a dirlo e ne è pure orgoglioso. Ci tiene a mettere in chiaro la cosa. Il bottegaio ride e bofonchia: “sì, sì…”. Come a dire: “Lo vuoi saper meglio di me, citrullo?”.

Casa Marconi (foto di Piero Pierotti)

Quando Piero torna a casa e racconta l’episodio, il babbo si mette a ridere anche lui e gli racconta di quando lui, giovane carabiniere volontario, non ancora diciannovenne, aveva prestato servizio proprio lì, alla stazione radio di Coltano. “Siccome ero molto giovane, tutti mi chiamavano “il bimbo”… “Così io sono il bimbo del bimbo”, pensa Piero, un po’ in confusione. A casa non c’è mai molto da mangiare. Quasi tutti i giorni pastasciutta e poi un chilo di pane e un etto di mortadella. Però la mamma comincia ad allevare qualche pollo e poi anche i conigli, i tacchini, le anatre. E vende le uova ai vicini. La domenica si mangia sempre carne e la vita scorre piacevolmente. Soldi in casa ne entrano pochi, la paga del padre è bassa, guadagna assai meno di quando faceva il carabiniere. Ma il pollame e l’orto permettono di campare decorosamente. A parte qualche screzio con la vicina per alcuni furti di uova e per la sparizione di qualche pollo, i genitori sono abbastanza sereni. Magari sarebbe meglio se il padre trascorresse meno tempo al circolo, dove gli uomini, ora che per il freddo c’è meno lavoro nei campi, giocano a carte e bevono vino, troppo vino, tutto il giorno.

A cavallo della bicicletta, con i gomiti appoggiati al manubrio, stavo lì, ripensando a quei giorni. Provavo sentimenti contrastanti: malinconia, nostalgia, tenerezza… E rabbia anche: sapevo bene, ormai, che quella casa, quella che ricordavo come la mia prima casa ‘vera’, era stata teatro dei primi studi di Guglielmo Marconi e dei suoi importanti esperimenti. Mi faceva male vedere in che stato era ridotta. Non mi sembrava possibile. Tutto era iniziato nel 1903, quando il governo italiano aveva approvato la costruzione della stazione radiotelegrafica. Proprio lì, in quella che sarebbe stata la mia casa! L’impianto venne inaugurato nel novembre 1911 alla presenza di Vittorio Emanuele III. Casa Savoia aveva ceduto quasi 80 ettari della sua tenuta perché Marconi potesse portare a compimento i suoi studi. Quel terreno infatti, essendo acquitrinoso, era particolarmente indicato per la propagazione dei segnali. Dapprima era stata costruita proprio la Palazzina Marconi, all’interno della quale si trovavano tutte le strutture di comando delle antenne.

L’anno prima, nel 1910, era stato inviato il primo segnale a Massaua, in Eritrea, allora colonia italiana. E l’anno dopo il segnale fu inviato in Canada. Furono erette le antenne e la stazione, così ampliata, fu inaugurata nel 1920. Nella palazzina Guglielmo Marconi continuava a lavorare con grande entusiasmo. Dal 1919 al 1924 la Regina Marina arricchì la stazione con un nuovo centro trasmittente con altre antenne e un centro di ricezione nella zona di Migliarino Pisano. Nel 1940, alla vigilia dell’entrata in guerra, il centro radio effettuò un intenso traffico telegrafico e telefonico sia con navi che con altre stazioni terresti in tutto il globo. Durante la seconda guerra mondiale Coltano fu sottoposta a intensi terribili bombardamenti. Praticamente, e miracolosamente, rimase integra soltanto la palazzina, mentre le antenne furono tutte abbattute.

Con la primavera Piero comincia ad esplorare il “territorio”. Nella villetta vicina vivono due signori buffi: lui lungo e magro come un chiodo, lei piccoletta e grassottella, quella che faceva sparire le galline. Con Maurizio, il figlio più grande, fa presto amicizia, mentre Jana, la più piccola, ha l’età di suo fratello Paolo, per cui non la considera nemmeno. Accanto a loro, nello stesso edificio, è venuta intanto a vivere un’altra coppia di giovani sposi, nell’altro appartamento che occupa il lato anteriore della casa: Ciccio e Bianca che diverranno molto amici dei suoi genitori. Comincia anche il divertimento sulle antenne. Anche distese per terra sono altissime, frotte di bambini di tutte le età vi si arrampicano e fanno gli equilibristi. Sono a sezione triangolare, poggiano quindi su uno dei tre lati e in alto hanno un enorme tubo di ferro lungo circa 250 metri che si presta a tutta una serie di giochi e di avventure. È tutta una gara tra giovani equilibristi, arrampicatori, saltatori. Squillanti e gioiosi.

La casa è diventata accogliente ora che il freddo è passato. Le stanze sono grandi, il soffitto alto. Le finestre, ad arco, sono altissime e danno luminosità. E fuori, sul davanti, si vedono piante di acacia e poco lontano lunghe siepi di biancospino fiorito. Il profumo dei fiori è intenso, l’aria tersa e pulita. Arriva anche l’odore di salmastro sulle ali del vento, in certe giornate. Il mare è vicinissimo. E le rondini sfrecciano nel cielo… La vita è bella. Ma diventa addirittura emozionante quando, di lì a poco, nella parte posteriore della palazzina viene addirittura ospitato un cinema. Non aveva mai visto un film Piero e quando viene annunciata l’inaugurazione con la proiezione di un film di Tarzan, non sta più nella pelle. I genitori prendono in gestione il bar, che ha una finestrella affacciata direttamente sulla sala. Lui la scavalca agile ed eccolo lì, seduto in prima fila, sulle poltroncine di legno, a guardare a bocca aperta un film dietro l’altro. Ogni volta che vuole. Gianni e Pinotto, Tarzan e i film western, i suoi preferiti. Piero cresce. Ha nuovi amici, anche se lui è sempre più chiuso, introverso. La balbuzie comincia a pesargli molto, gli causa imbarazzo, specialmente quando si trova a scuola, lo limita spesso nel quotidiano. Sul retro di casa sua vi sono altri due edifici più grandi, con diversi appartamenti su due piani. Lì vi abitano molti ragazzi e con loro gioca in ogni momento libero. La strada lungo il centro radio è stata asfaltata, mentre è ancora sterrato il tratto che porta al centro di Coltano. E sull’asfalto i ragazzi scoprono un nuovo gioco, i tappini. Piero, appassionato di ciclismo, si diverte a raccogliere figurine e a fare tappini imbottiti: stacca due o tre sugheri dai tappi metallici delle bibite, vi mette un cerchietto ritagliato da una figurina col volto di un corridore, riveste il tutto con carta velina e lo ricolloca in un tappo vuoto. Ne ha tantissimi, intere squadre ciclistiche. Tifa Bartali, come detto, e dei suoi gregari non manca nessuno: Corrieri, Bresci, Leoni… Spesso fa piste col gesso sulla strada asfaltata e trascorre lunghe ore a percorrere il suo giro d’Italia coi tappini. A volte con i compagni, ma spesso anche da solo. Qualcuno lo giudica “strano” perché tende ad isolarsi…

Un altro dei suoi passatempi preferiti è quello di raccogliere i pezzetti di pellicola che l’operatore taglia e butta via quando si spezza durante la proiezione. Le pellicole sono vecchie e succede spesso. Allora devono essere tagliate, pareggiate e aggiuntate con l’acetone. Gli piace molto quando trova i primi piani dei grandi attori di Hollywood, ne ha una collezione preziosissima che fa gola a tutti i compagni. Lui, vivendo a fianco del cinema, ha la possibilità di rovistare prima degli altri tra i rifiuti, tra i fogli delle caramelle e le bucce dei semi di zucca e delle noccioline. Si sente fortunato di poter sfoggiare la sua raccolta. Lo diverte molto, tra l’altro, il fatto che ogni volta che si proietta un film capita sempre qualche “incidente”. A volte si spegne tutto e la gente grida “luce!”, oppure va via il volume e tutti gridano “voce!”. Se l’operatore tarda un po’ a rimettere tutto a posto, la gente batte rumorosamente i piedi e grida, così, giusto per divertirsi. Lo fanno ridere molto anche alcuni anziani che con le loro esclamazioni commentano i momenti drammatici, per esempio nei film western o in quelli di guerra. Ci sono anche i ragazzi grandi che sottolineano con battute scabrose le scene d’amore. Piero impara le prime parole “forti”…

Sono tornato ancora una volta a casa mia nel 2000. Il tetto era ormai crollato del tutto. Alcuni finestroni erano murati, le porte non esistevano più… Entrai dentro da uno dei tanti pertugi, facendo molta attenzione. Ovviamente era pericoloso. Vi era, nella vasta area interna, una specie di foresta, muri praticamente inesistenti – solo qualche mozzicone – e, lassù in cima, tubavano piccioni che avevano fatto il nido in quel poco che restava del tetto. Me ne andai in fretta, col groppo in gola.

Col tempo la casa comincia letteralmente a fare acqua. Quando piove, nella camera dei genitori, l’acqua ha preso a gocciolare dal tetto, bisogna collocare un secchio per terra perché non si allaghi tutto. E gli inverni sono sempre freddi in quella enorme casa di cui nessuno sembra prendersi cura. Piero frequenta ora la scuola media a Pisa. Va ancora a piedi fino a Coltano e da lì prende la corriera sgangherata che porta i ragazzi a scuola in città. All’una riprendono lo stesso mezzo per fare il percorso inverso. Da poco hanno costruito un nuovo centro radio che però durerà poco: chiuderà presto. Sono arrivate nuove famiglie con altri ragazzi. Nuovi amici con cui passare il tempo libero. Ma passa anche il tempo della spensieratezza, passa la voglia di vivere in una casa che comincia ad accusare i suoi anni. Bisogna traslocare. La famiglia di Piero si sposta in un appartamento in un palazzo proprio alle spalle della vecchia casa. Questo è più recente, più decoroso, ci si sta indubbiamente meglio. Ma non ha il fascino della prima grande casa, con i suoi androni, con i finestroni che arrivavano fino al soffitto. Quella sì che era una casa importante! Nel nuovo appartamento rimangono poco. Quando Piero ha quindici anni il padre ottiene un impiego alle poste, smette di bere, e la famiglia ottiene un appartamento a riscatto, costruito dall’amministrazione postale a Pisa, a due passi dalla stazione, per i dipendenti che più ne hanno bisogno. Quando deve abbandonare Coltano, i boschi, la campagna, gli amici, lui si va a nascondere nella sua vecchia casa. Lì, nel vuoto e nel silenzio più assoluto, può abbandonarsi a un pianto dirotto, liberatorio. Nessuno lo può vedere, nessuno può neanche immaginare la sua disperazione. Un uomo non piange mai. E lui, ormai, sa di dover diventare presto un uomo.

Il Comune di Pisa sta facendo molti tentativi per ristrutturare la vecchia palazzina Marconi. Ma gli ostacoli burocratici sembra non debbano finire mai. Qui si aprirebbe un altro racconto, troppo lungo. Un’altra storia. Mi viene un’unica riflessione. Là dove non sono riusciti i bombardamenti, è riuscita la barbarie e l’incuria degli uomini.

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1 Commento

  1. Renato Sacchelli Rispondi

    Desidero esprimere i miei complimenti al signor Piero Pierotti, per aver scritto un racconto davvero bello che ho letto con molto piacere.

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