Antonio Cassisa

C’è una cosa che a me onestamente non è mai piaciuta ma che ai bambini in genere piace da morire, ed è lo zucchero filato. Ogni volta che, a qualche sagra o festa di paese, si incrocia il banchino dello zucchero filato i miei figli iniziano a saltare come grilli e io prima di comprarglielo dico sempre : “Ma sei siùro ? ‘un è meglio un ber pezzo di croccante, bonpervòi che avete i denti ancora bòni per mangianne una striscia intera ?”. Ma loro imperterriti lo preferiscono anche quasi ai brigidini che di quelli, invece, io ne mangerei anche un catino pieno.

Non lo so perché non ne sono mai andato matto. Forse perché il sapore molto dolce un po’ mi stuccava, forse perché per morderlo mi intrugolavo tutto il mento, o forse perché quando lo infilavo in bocca era impalpabile e spariva quasi senza bisogno di masticarlo. E io allo zucchero filato preferivo un bel quartino di pizza con un bicchiere di spuma.

Ma c’è una persona che mi torna in mente tutte le volte che vedo qualcuno infilare il braccio nel pentolone, ruotare il
bastoncino di legno e uscirne con un bel batuffolone caldo di zucchero filato, e quella persona, un vero e proprio mito, è Braccio di Ferro.

Braccio di Ferro era un omìno con i baffi belli sistemati che a Pisa potremmo tranquillamente definire una “mezza sega” che vendeva lo zucchero filato in banchi, all’inizio di Corso Italia. Tutto vestito di bianco, con un cappellino da marinaio e l’ancora tatuata sul braccio, faceva delle smorfie incredibili e attirava l’attenzione dei bimbi sul suo carretto imitando il famoso personaggio dei cartoni animati. Ripensandoci oggi mi verrebbe da paragonarlo più ad un artista di strada, un saltimbanco che intratteneva i passanti emettendo un fischio forte e modulato che si concludeva poi con frasi in rima gridate ad alta voce del tipo “bimbe belle bolle!! Vado Viaaaa” oppure “Bimbi piangete che mamma ve lo ‘ompra!”.

Ricordo che per mano a mia mamma, ogni volta che passavamo davanti al suo carretto, rallentavo e rimanevo incantato da quel fischio forte che non capivo come ci riuscisse e ridevo per le smorfie del suo viso e della sua abilità nel muovere il cuoio capelluto e di conseguenza il suo cappellino da marinaio. Non volevo lo zucchero filato ma mi soffermavo a guardarlo.

Mia mamma non ci si fermava volentieri perché lui era capace di metterti quasi in imbarazzo. Ti puntava con quell’occhietti furbi facendo mille smorfie, gridando e fischiando. Così mi tirava per la mano dicendo: “Andiamo, si va a mangiare un quartino di pizza”…. e io subito ripartivo commentando divertito l’esibizione di Braccio di Ferro. Perché così tutti lo chiamavamo, ed era la fine degli anni Settanta.

N’ho sentite tante, una volta cresciuto, sul suo conto. Qualcosa sarà vero, qualcos’altro leggenda, tipico dei personaggi come lui, ma io non lo conoscevo più che di vista, che fine abbia poi fatto non lo so, ma so che il suo ricordo è vivido nella mia mente.

Un grande effetto mi ha suscitato vedere la sua foto su internet e constatare che è precisamente così come me lo ricordavo io. Una bellissima sorpresa la prima volta che ho sentito la canzone dei Gatti Mezzi a lui dedicata. E io che pensavo che non se lo ricordasse più nessuno.

Antonio Cassisa

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