Antonio Cassisa

Lo incontriamo prima di un evento importante per la città di Pisa, l’inaugurazione della Biblioteca delle Officine Garibaldi, che lo ha visto brillante moderatore nella presentazione di alcuni libri. Cristiano Militello si concede per una chiacchierata “al volo” fra amici, seduti in auto a margine della strada. Personaggio noto a livello nazionale, non nasconde il suo amore per Pisa, la sua città, che per motivi di lavoro segue a distanza. L’argomento della nostra chiacchierata non può che cadere lì. Del resto chi più di lui impersona il titolo di “pisani nel mondo” cui è ispirato L’Arno.it? L’atmosfera è rilassata, come di chi si gode ogni attimo, ogni angolo, ogni particolare di un luogo amato.

Qual’è il primo ricordo che hai della Pisa di quand’eri bambino ?
Sembrerà strano ma è l’odore, specialmente di quando faceva caldo a Pisa, d’estate. Io abitavo nella zona di Porta a Mare e vicino c’era la ferrovia e io ricordo quell’odore un po’ appiccicoso di ferro, caldo, di binari. Quell’odore mi ricorda le estati di quando ero piccolo a Pisa e credo di non averlo mai più risentito. Di Pisa ho molti ricordi legati all’infanzia trascorsa in Piazza San Paolo a Ripa d’Arno, la nostra Wembley. La piazza, divisa in quattro quarti, era frequentata da tanti bimbetti divisi a seconda dell’età, dai più piccoli ai più grandi, già scoppiati seduti sui motorini a fumare qualche sigaretta farcita. In quella piazza facevamo sfiancanti partite lunghe ore fino a quando diventava buio e venivano le mamme e le nonne a recuperarci. Partite interrotte solo saltuariamente da Don Alberto, noto trincia palloni che bucava senza pietà quando finivano in sacrestia.

Quali scuole hai frequentato ?
Le elementari alle “Cambini”, poi cambiai casa, in zona Via di Pratale e fui assegnato alle Scuole Medie “Fibonacci”. Poi mi iscrissi a Ragioneria in Via Benedetto Croce, già Viale Regina Margherita, fino alla terza. Con la famiglia mi trasferii poi a Firenze. A Pisa ho vissuto undici anni.

Qualche aneddoto riferito a quegli anni?
Ce ne sono infiniti, mi piace ricordare che in classe mia, alle medie, c’era Alessandro Puccini, che poi è diventato medaglia d’oro di fioretto ad Atlanta nel 1996.

Da quando tempo vivi lontano da Pisa ?
Da tantissimo, perché andai via nell’85. Lontananza che è stata più o meno relativa in base alle varie epoche della vita perché quando stavo a Firenze da ragazzo, tornavo appena potevo, complici tanti fattori. Nonostante faccia una vita da nomade fin da ragazzo, negli ultimi anni la nostalgia è aumentata un po’. Soprattutto mi duole sapere di non poterci tornare quando voglio. Quando stavo a Firenze, a Bologna, Lucca o Roma, tornare a Pisa era molto più semplice. Adesso da Milano è più complicato, non tanto per la distanza quanto per i ritmi dato che da Settembre a Giugno lavoro sette giorni su sette. Torno a Pisa quindi quasi solo per lavoro e a volte mi invento qualche questione lavorativa che faccia da scusa per tornare.

Quale è secondo te un pregio e un difetto dei pisani ?
A Pisa c’è un grandissimo senso di appartenenza al territorio, c’è un grandissimo idealismo legato a quello che ha significato Pisa nella storia e una voglia di conservare le tradizioni con spirito battagliero e animosità. Il pisano è caratterizzato da una voglia di affermare il marchio di Pisa e rivendicarlo con grande forza. Il difetto è che poi su tante cose spicciole, da un punto di vista amministrativo o commerciale, c’è una certa indolenza tipica del pisano. Indolenza che si tramuta in un “bubbolio” continuo che si accartoccia su se stesso. Questo per me rimane un grande paradosso perché se la veemenza che uno mette nello sbandierare le bellezze di Pisa, la sua grande storia, le sue tradizioni e ovviamente la squadra nerazzurra, fosse utilizzata anche nelle cose quotidiane, Pisa sarebbe una città in grado di viaggiare in discesa. Città dalle grande risorse ma con una grande pigrizia. Di questo me ne dolgo molto perché poi basta andare in città vicine e vedere come sanno vendere meglio il meno che hanno.

Come è iniziato il tuo lavoro ?
Ho iniziato banalmente. Faccio le imitazioni e le scenette a scuola o ai boy scout e quando c’era da organizzare scenette scolastiche o l’animazione del compleanno, ero sempre in prima fila già da giovanissimo. Ebbi poi la fortuna che Gigi Proietti venne ad allestire la sua prima regia teatrale al Verdi e fui preso per un piccolo ruolo in “Tosca” nell’85. Potete immaginare cose volle dire per un ragazzino così giovane girare l’Italia nei teatri più belli con questo mito assoluto dello spettacolo leggero italiano. Questa cosa fu per me determinante. Fui anche invitato a seguire il suo laboratorio, una volta diplomato, ma in casa mia non c’era la mentalità per concepire un diciottenne che parte e va a Roma a fare l’attore e quindi prosegui la mia strada frequentando la Scuola di Teatro a Bologna tenendo un occhio anche in Toscana dove c’era questo gruppo di comici toscani a “Vernice Fresca” che stava iniziando e che io raggiunsi il secondo anno, appena finita la scuola di teatro. Ricordo che portai una videocassetta a Carlo Conti, alla Casina Rossa di Lucca. Lui aveva 29 anni e io timidamente mi ci avvicinai dandogli del “lei” e gli proposi ciò che facevo a “Tele Riviera”, una televisione privata della Versilia, dove ero il comico del programma e interpretavo quattro personaggi diversi. Alla fine, del gruppo di “Vernice fresca”, fui l’unico preso attraverso una vhs, gli altri lui li aveva tutti visti lavorare. Iniziai così questo viaggio molto bello negli anni 90 perché eravamo una sorta di Zelig prima di Zelig, una decina di comici che poi, chi più chi meno, ha dimostrato di avere avuto cose da dire.

Una bella gavetta in un grande gruppo…
Sì, una lunga gavetta che ho proseguito poi in modo massiccio nelle tivù private toscane occupandomi di tutto, soprattutto di sport, facendo anche a Canale 10 una rubrica che si chiamava “il Raccattapalle”, dove andavo fuori dallo stadio di Firenze durante la partita a vedere quello che succedeva, trovando quindi personaggi con la radiolina, bagarini, vigili urbani, quelli della Misericordia e quelli che non avevano soldi per entrare. Così io poi la sera montavo una clip di quattro minuti che rappresentava una contropartita che poi è diventato se vogliamo il papà di “Striscia lo striscione“. Questa lunghissima gavetta mi è servita moltissimo, anche se mi ha logorato molto perché nel frattempo tanti di quelli che avevano iniziato con me erano già diventati dei fenomeni. Io ero il più piccolo e avevo ancora tanta strada da fare però un po’ mi pesava.

Come sei arrivato a Striscia la Notizia?
Devo dire che io con Striscia ero già rimbalzato due volte, nel senso che io mi ero proposto con due servizi che non finirono neanche di vedere, troncando le mie speranze. Poi, ironia della sorte, furono loro a chiamare me dopo che pubblicai nel Gennaio 2004 il libro sugli striscioni “Giulietta è ‘na zoccola”. Questo libro rappresenta un po’ la svolta della mia carriera perché da lì arrivò la chiamata di Striscia chiedendomi se c’era modo di fare una rubrica televisiva che avesse un po’ i contenuti e lo spirito del libro. E io ovviamente accettai.

Come funziona il tuo lavoro?
Striscia è un programma che vive di segnalazioni. Ci sono quattro persone che tutto l’anno lavorano a questo. Io non ne faccio difetto. Ricevo molte segnalazioni e con l’aiuto di un paio di collaboratori che mi tagliano e raggruppano materiale da visionare. II lunedì mattina da queste varie segnalazioni tiriamo fuori quei 5-6 minuti della sera.

Cosa preferisci tra Televisione, Radio e Teatro?
Sicuramente se potessi campare esclusivamente di teatro firmerei dopodomani, perché per me niente è paragonabile al teatro. Quando stai per iniziare lo spettacolo teatrale, nel minuto prima, è come se tu fossi in cima ad uno scivolo lungo due chilometri che va in picchiata e te sai che stai per partire e per due ore non ti fermerai più. Questa cosa la televisione non te la dà anche se io la curo in maniera maniacale e nella quale mi diverto come se fosse il primo giorno. Stessa cosa per la radio dove sembra di parlare tra amici, anche se magari ti stanno ascoltando milioni di persone. Il feedback umano che dà il teatro fa la differenza.

Se non avessi fatto questo mestiere cosa ti sarebbe piaciuto fare?
Come detto, io ho sempre avuto questa attitudine fin da ragazzino quindi avrei trovato comunque il modo di restare nello spettacolo. Magari sarei diventato un fonico, uno scenografo o un costumista perché a me è sempre piaciuto fare questo. In realtà c’è stato un periodo molto breve in cui mi sarebbe piaciuto fare il commissario di polizia. Ero affascinato da questa cosa, tant’è che quando mi iscrissi all’Università, la scelta che cadde poi sulla facoltà di Scienze Politiche anche perché era una delle due lauree con cui poi potevo fare il concorso per la carriera da commissario. Ma durò lo spazio di un mattino.

La tua professione ti ha permesso di conoscere bene l’Italia…
Assolutamente sì. In lungo e in largo. Vedo dei posti meravigliosi e faccio una rubrica che mi fa accogliere bene ovunque.

Che immagine si ha di Pisa da lontano?
Se è quella che riesco a riflettere io, devo dire che è un’immagine di grande simpatia e rispetto.

Come te la cavi in cucina ? Qual’è il tuo piatto preferito?
Mi piacciono molto i dolci tipo creme caramel, latte alla portoghese, crema alla catalana, budini, tutte robe un po’ mollicce. Mi piacciono molto anche i primi e le cose in cui me la cavo meglio in cucina ovviamente gravitano tra primi e dolci. So fare la “cacio e pepe”, che sembra una bischerata ma saperla fare bene non è facile e ultimamente mi viene proprio bene.

Ricordi la tua prima volta all’Arena?
Ricordo perfettamente la prima volta ed è un dilemma che ho risolto da poco perché la prima partita la vidi con mia madre, cosa mai più successa per lei che credo non sia mai più entrata allo stadio. Nel febbraio del ’78 venne a Pisa la “Torpedo Mosca” e questa cosa fu per me un evento dato che quella squadra all’epoca era molto quotata e a me sembrava come se venisse il Real Madrid. Quindi non potevo perdere questa occasione e implorai mia madre che, data la pioggia incessante di quel giorno, accompagnò me e un amico in tribuna ad assistere all’1-1 con goal di Barbana. La data precisa la confondevo con un’altra partita, un Pisa-Parma 2-2 con doppietta di Carlo Ancelotti che invece è di pochi mesi dopo, Maggio ’78, e alla quale andai con mio Zio Ciccio in gradinata. Il dilemma è stato risolto grazie a Massimo Berutto del Tirrreno che mi ha aiutato a ricostruire tutto quanto.

Antonio Cassisa

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