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Francesco vuole fare le scarpe a tutti

- Interviste, Primo piano
5 Aprile 2025


Marina Sacchelli

Se non ci fosse una scritta rossa sopra la serranda del numero civico 1954, potremmo immaginare che dietro il murale dipinto direttamente sulla saracinesca si nasconda l’atelier di un pittore o di un eccentrico stilista o un ritrovo di giovani e vecchi rocchettari intenti a provare un nuovo pezzo hard. Invece entro e incontro Francesco Ruotolo scoprendo così il suo laboratorio sulla Tosco Romagnola, a Navacchio (Pisa), e anche se l’interno non ha niente a che fare con i colori sgargianti dell’ingresso, mi ritrovo in un ambiente operoso e semplice in un’atmosfera quieta che mi riporta ai tempi passati.

Francesco accetta di rispondere alle mie domande stupendosi del mio interesse per il suo lavoro. Sono curiosa di saperne di più del mestiere che svolge, che pare in antitesi con le nostre vite in cui tutto viene frullato ed espulso rapidamente. Del mestiere del calzolaio si sono quasi perse le tracce che per trovarne uno bisogna chiedere ad amici e conoscenti e spesso si rinuncia alle riparazioni per acquistare qualcosa di nuovo.


Da dove viene Francesco e come ha deciso di imparare questo mestiere?
“Sono nato a Pisa ma abito a Fornacette, ho 37 anni e per un lungo periodo ho fatto lavori saltuari. Sono stato operaio addetto a una catena di montaggio e perfino distributore di snacks sui treni, occupazioni stancanti e poco gratificanti, finché ho pensato di ‘imparare un mestiere’ e di dare una svolta alla mia vita costruendo una base più solida, diciamo così”.

Com’è stato l’inizio di questa nuova avventura?
“Non è stato facile perché il laboratorio a Cascina presso il quale ho imparato tutto quello che so, mi offriva soltanto la possibilità di fare pratica ma non mi assicurava un sostentamento economico. Per mesi e mesi il mio compito fu solo quello di tagliare pezzi di gomma e di stendere la colla cercando di non sprecare il materiale. Ciononostante ho tenuto duro e finalmente un giorno mi fu affidato il compito di riparare da solo un paio di tacchi. Ricordo ancora la soddisfazione ed anche qualche parola d’incoraggiamento del mio titolare. Ho proseguito il mio percorso di apprendistato finché nel 2020 la pandemia ha messo in crisi tante attività tra cui anche quella della bottega in cui lavoravo. Se da un lato quel periodo ha rappresentato una prova dolorosa per l’umanità intera e messo in ginocchio soprattutto le piccole imprese, è stato proprio allora che ho preso coraggio e messo su un mio laboratorio rilevando il macchinario principale da un calzolaio della zona appena andato in pensione”.


Strana coincidenza quella della pandemia, per lei si può dire che ha rappresentato un’opportunità, comunque a quanto ho capito è stata la necessità di trovare un lavoro stabile che l’ha spinta ad imparare questo mestiere
“All’inizio proprio così. La scuola che avevo frequentato, l’ITI di Pontedera ad indirizzo informatica e telecomunicazioni non mi era servita per uno sbocco lavorativo. Adesso però posso dire di essere felice della mia scelta, lavoro con grande impegno e soddisfazione, non ho nessuno a cui rendere conto e organizzo il tempo come voglio. Le giornate passano in un baleno perché metto passione in quello che faccio. È gratificante vedere che si può aggiustare qualcosa, nel mio caso scarpe, borse e cinture, e ridare loro nuova vita”.

Chi sono i suoi clienti abituali? Che tipo di riparazioni fa di solito.
“Riparo molte scarpe femminili, sono per la maggior parte donne quelle che vengono qui e spesso mi portano oltre alle loro anche le calzature dei mariti e figli. Perlopiù si tratta di sostituire tacchi consumati e suole ma mi capita anche di lavorare con le cerniere sia delle scarpe che delle borse. Lavorare con le cerniere rappresenta per me l’impegno più ostico perché ci vuole oltre che una grande precisione anche molta pazienza. Molte persone non sanno che si può sostituire anche la parte posteriore delle scarpe da ginnastica, il tacco per intenderci, naturalmente se ne vale la pena cioè se si tratta di una calzatura di qualità”.



Quindi le scarpe stivali ed altro che le portano sono tutte di buona qualità…
“Purtroppo no. Ho notato che la qualità delle calzature prodotte nella grande distribuzione che sembrano carine e alla moda, peggiora di anno in anno. Spesso non reggono neanche la colla ma finché non provo a lavorarci non so che risultato si può ottenere”.

C’è continuità nel lavoro? Vedo molte scarpe su questo scaffale.
“Quando cambiano le stagioni e si ripongono le scarpe che non vanno più bene e si tirano fuori quelle adatte al momento ecco che le persone si rendono conto che possono rimetterle a nuovo prima di fare altri acquisti. Negli altri periodi dell’anno non c’è molto movimento e infatti vorrei spostarmi in una zona più centrale. Comunque alcune di queste calzature che vede adesso sono qui da tempo e non sono ancora state ritirate”.

Mi vuole dire che sono dimenticate?
“Sì. In alcuni casi da anni, per alcune il lavoro è finito ma nessuno torna a prenderle però ho anche una busta piena di scarpe e borse di una signora che doveva tornare per portarmi altre cose da visionare e riparare, mai più vista! Fortunatamente non ci ho messo mano e comunque adesso chiedo il pagamento anticipato, così sto più tranquillo”.

Mi mostra in tutta tranquillità un grazioso paio di sandali in una scatola polverosa riposta da 5 anni sull’ultimo ripiano dello scaffale e mi colpiscono i gesti che denotano una pacatezza non comune.

Magari potrebbe contattare queste persone, non si fa lasciare di solito un numero telefonico?
“Assolutamente no. Ho deciso che non voglio essere disturbato dal telefono, quando lavoro sono concentrato e non mi piace distrarmi in chiacchiere”.



C’è qualcosa che ancora non ha sperimentato nel suo lavoro?
“Mi piacerebbe molto creare una calzatura di sana pianta e non limitarmi a ripararla. Per fare questo ci vorrebbe un notevole investimento in materiali e macchinari che non mi posso permettere ma sarebbe bello, forse un giorno chissà”.

Marina Sacchelli

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Un fiume unisce la Toscana e rappresenta il modo di vivere forte e intraprendente del suo popolo. L'Arno.it desidera raccontarlo con le sue storie, fatiche, sofferenze, gioie e speranze. Senza dimenticare i molti toscani che vivono lontani, o all'estero, ma hanno sempre nel cuore la loro meravigliosa terra.

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